L’uomo dai capelli biondi e dal fisico muscoloso ma asciutto si muoveva furtivo. Aveva raggiunto l’enorme yacht a nuoto, ma non aveva neppure il fiatone. Sembrava incurante del freddo dovuto all’acqua o al vento della notte che gli soffiava addosso, vuoi per una notevole resistenza agli agenti atmosferici o per la sua tenuta termica, che lo avvolgeva come un guanto mettendo in risalto il fisico atletico. Indossare una tuta blu dove sul petto spiccava una stella bianca iscritta in un cerchio circondato da righe orizzontali bianche e rosse non era il modo migliore per cercare di passare inosservati, ma quell’uomo era abituato ad agire in questo modo. Salire sulla barca era stato facile, tutto sommato, ma il peggio doveva ancora arrivare.

Camminava lentamente, silenziosamente, guardandosi intorno. Non c’era anima viva. All’improvviso le luci si accesero sul ponte e lui si ritrovò circondato da una mezza dozzina di uomini armati. L’uomo sospirò e si preparò a combattere. Aveva un vantaggio: non avrebbero sparato tutti assieme per evitare di colpirsi l’uno con l’a0ltro, ma era un vantaggio effimero, prima o poi avrebbero fatto qualcosa e lui non era a prova di proiettile.

<Arrenditi.> gli disse semplicemente uno degli uomini.

<Potrebbe essere una buona idea…> disse il biondo <… ma io ne ho una migliore.>

Si mosse così velocemente che gli sgherri non  riuscirono o a reagire tempestivamente: fece un salto verso l’alto e poi colpì con un calcio al mento i due uomini a lui più vicini, quindi, mente ricade va a terra fece una capriola e si gettò verso un atro gruppetto di avversari sparpagliandoli come birilli. Si rimise in piedi e contemporaneamente premette un pulsante sul polso destro attivando uno scudo energetico che usò per deflettere i proiettili che altri due sgherri gli spararono addosso in simultanea. In una girandola di pugni e calci l’intruso abbatté anche gli ultimi avversari e, spento il campo di forza a forma di scudo, avanzò lungo il corridoio fino ad una porta chiusa. La spinse e questa si aprì senza sforzo su un salone riccamente arredato. L’uomo avanzò all’interno restando sempre guardingo, poi, quando era già a metà sala, una voce si udì alle sue spalle.

<Un visitatore dovrebbe sempre farsi annunciare, non crede?>

L’uomo impugnava una pistola. Uomo? La definizione gli andava un po’ stretta. Sembrava piuttosto una piccola montagna a cui avessero infilato a forza un vestito che sembrava decisamente fuori posto su quel corpo massiccio sovrastato da una testa più liscia di una palla da biliardo. Sul volto duro neanche la minima espressione, impenetrabile come la roccia di cui sembrava fatto.

<Avrebbe ragione…> rispose il biondo <… se questa fosse una normale visita di cortesia, mister…>

<Generale… Colonnello-Generale Nikolai Alexandrovich Zakharov per la precisione… >

<No, intendevo il suo vero nome. Perché il Generale Zakharov è morto, lo so bene, perché ho visto il suo cadavere, quindi chi è veramente?>

C'è davvero una sfumatura di collera nella voce dell’uomo mentre risponde?

<Io sono chi dico di essere, e lei dev’essere l’uomo che ha rovinato i miei piani a Sudhek[1] ; questo basta per assicurarla che non solo non uscirà vivo da qui, ma che la sua morte sarà lenta e dolorosa.>

                Il biondo fece una smorfia: non era la prima volta che riceveva minacce del genere, ma non per questo la cosa era piacevole. Aveva trovato quel che cercava, ne era certo, ora doveva solo salvare i suoi amici ed uscirne vivo assieme a loro. Un compito di normale amministrazione per il Capitano Steve Rogers tutto sommato.

 

SI VIVE SOLO DUE VOLTE

 

Di

 

Carlo Monni & Carmelo Mobilia

 

 

Dodici ore prima.

 

Il waterboarding è una forma di tortura che si basa su una sorta di annegamento simulato. La vittima viene legata con i piedi più alti rispetto alla testa, gli si mette un panno sulla faccia e gli si versa sopra dell’acqua, che invade le vie respiratorie impedendo la respirazione. E’ il terzo tipo di tortura a cui Sharon Carter è stata sottoposta da quando è stata catturata dagli uomini del generale Zakharov, che si era divertito nel rammentarle, mentre le riservava il trattamento, che lo aveva appreso dai suoi connazionali della CIA. Ma la donna era ben lontana dal cedere: l’addestramento da agente S.H.I.E.L.D. e gli anni trascorsi come mercenaria e soldato di ventura l’avevano dotata di una soglia del dolore e di una resistenza altissime. Per ottenere quello che volevano, quegli uomini dovevano fare di meglio. Dopo l’ennesimo tentativo andato a vuoto, Zakharov disse ai suoi scagnozzi di fermarsi.

<Basta così, è inutile. Non parlerà. Non vedevo una resistenza del genere dai tempi della stanza rossa. I miei complimenti, agente Carter. Sono impressionato.> Sharon non rispose, ma i suoi occhi azzurri lo fissarono con assoluto disprezzo.

<Buttatela nel buco. Qualche giorno senza cibo, acqua e luce le faranno sciogliere la lingua. E portatemi il ragazzo.>

Nomad purtroppo non aveva la stessa tempra di Sharon. Certo, pur essendo nato nel 1941 non dimostrava neppure 30 anni, e aveva il famigerato siero del supersoldato che gli scorreva nelle vene, ma non era stato sottoposto a nessun tipo di addestramento speciale. Non era preparato al tipo di dolore a cui stava per essere sottoposto. Ma che fosse stato maledetto se avrebbe dato soddisfazione a quel porco sovietico.

<E tu ragazzo? Hai qualcosa da dire?> di risposta, Jack sputò sulla sua uniforme.

<E’ meglio che mi fai fuori, rosso, oppure quando mi libererò sarò io ad uccidere te.>

<Tipica arroganza degli americani. E’ meglio ridimensionarti un po’.> guardò in direzione dei suoi uomini.

<Tiratelo su.>

Jack Monroe venne sollevato da terra e appeso a testa in giù. Poi uno degli uomini di Zakharov portò una batteria per auto, creando scintille con i morsetti dei cavi. L’elettricità attraversò il corpo di Jack  procurandogli un’atroce agonia.

<Allora ragazzo, parla. Cosa sa lo S.H.I.E.L.D. di me?  Chi ha passato le informazioni?>

<BRUTTO FIGLIO DI PUTTANA!! GIURO CHE T’AMMAZZO, T’AMMAZZOOO!!!>

Fece segno con la testa al suo uomo e questi applicò nuovamente i morsetti al petto di Jack.

<AAAAAAAAAAAAAAAAAAAARGH!!!> Le sue urla riecheggiarono in tutto il covo. Anche Sharon, dal buco oscuro in cui l’avevano rinchiusa, riusciva a sentirle. Era insopportabile. Zakharov l’aveva capito: lei non avrebbe mai parlato. Piuttosto sarebbe morta. Ma non avrebbe mai lasciato che un altro patisse quel tormento al suo posto. Era una vera crudeltà. Nel buio della sua cella, distesa sul pavimento, sola, affamata, con nelle orecchie l’agonia del suo amico, Sharon cominciava a disperarsi. L’unica cosa che le rimaneva da fare, ormai, era pregare ... ma non Dio;  lei e il padreterno avevano litigato parecchi anni fa, quando lei era in balia dei nemici e lui era troppo occupato per darle una mano. No, le sue preghiere erano rivolte ad un uomo, che nei suoi pensieri era ancora avvolto in una bandiera e portava uno scintillante scudo. Sapeva che per quanto la situazione fosse tragica e apparentemente senza speranza, Steve Rogers non li avrebbe mai abbandonati, e sarebbe corso in loro aiuto.

 

In una clinica medica segreta dello S.H.I.E.L.D.

 

Nella sua vita come Soldato d’Inverno James Barnes ne aveva viste di cose strane. Aveva combattuto  in ogni parte del mondo  ed era sfuggito a qualsiasi tipo di nemico, quindi non era tipo da spaventarsi facilmente, ma il dover trascorrere 45 minuti in compagnia di uno psichiatra coi capelli verdi, alto due metri, con il fisico da culturista in grado di sollevare un carro armato lo inquietava non poco ... anche se cercava di non darlo a vedere.

<Allora mr Barnes ... l’ultima volta mi diceva che le sembrava di avere, cito le sue parole “ricordi sovrapposti ad altri ricordi.”> gli chiese Leonard Samson.

<Uh, si dottore. Non glielo so spiegare meglio di così ... vede, a volte mi vedo a sedici anni, seduto su di una brandina che leggo delle riviste pulp o dei vecchi fumetti... tipo Flash Gordon, Mandrake, Superman... poi, in un secondo momento, sono a Berlino Ovest che tengo nel mirino un ambasciatore americano. E’ come se fossero ... di “colore diverso”, come se appartenessero a persone diverse.>

<Capisco. Avverte altri tipi di “discronia mnemonica”?>

<Continuamente. Avverto una certa familiarità in alcuni luoghi dove mi hanno portato ... l’altro giorno a Coney Island, per esempio. Credo di esserci stato con la mia famiglia, tanto tempo fa ... ma non riesco a mettere bene fuoco. Insomma, so di essere James Buchanan Barnes nato a Shelbyville, Indiana, eppure non riesco a pensare a me stesso come un americano. Voglio dire, non ricordo il sapore della Coca Cola o degli hamburger, ma adoro il salmone al cartoccio accompagnato da caviale rosso e una buona vodka secca. Amo rilassarmi leggendo i romanzi di Nakobov o ascoltando le opere di Čajkovskij ... non propriamente da “yankee”, non le pare?>

<Mi dica a cosa sta pensando adesso, mr Barnes, la prima cosa che le passa per la testa ...>

<Uh cosa?>

<Non stia a pensarci troppo, risponda d’istinto.>

<Ai ... suoi capelli. Non ho mai visto un uomo coi capelli verdi. Raggi Gamma, ha detto?>

<Si, è dovuto ad un'esposizione ad essi. Ora mi dica ... quando pensava alla mia chioma, in che lingua a pensato?>

<In ... inglese. Effettivamente, ho pensato in inglese.>

<Lo vede? E’ la sua vera natura che sta lentamente venendo fuori. Deve forzare la sua memoria, esercitarla come se fosse un muscolo. Deve andare a visitare luoghi che le sembrano familiari, che la fanno provare una sensazione di dèjà vu ... c’è un posto particolare che le suscita ricordi?>

<Si effettivamente ce n’è uno> disse con una nota di entusiasmo <Ho sentito parlare di un posto chiamato Camp Lehigh ...>

 

Base sotterranea dei Vendicatori Segreti.

 

Attaccando una chiavetta al suo PC portatile, Steve Rogers fissava amorevolmente le foto della piccola Shannon che appartenevano a Sharon.  Non era per invadere la privacy della sua amica, ma la bambina suscitava dei forti sentimenti in lui ... aveva cinque anni, era bionda, con gli occhi azzurri e una deliziosa fossetta sul mento. Finora non ne avevano parlato apertamente,ma anche ad un ingenuo sarebbe venuto il sospetto di chi sia il padre ... e Steve non era un ingenuo. Si erano tenuti il muso, mantenendo un certo  distacco e avendo unicamente rapporti professionali, per via del rancore che ognuno provava verso l’altro per via di molte cose non dette ... Steve non le aveva detto di aver simulato la sua morte per lasciarsi definitivamente alle spalle le responsabilità di Capitan America e potersi costruire una vita da civile accanto ad un’altra donna, Sharon invece gli aveva tenuta segreta la nascita della sua bambina. Ora che la donna era stata rapita e non se ne avevano tracce da giorni l’ex Capitano si stava pentendo di aver fatto “muro contro muro” con quella ragazza così testarda. Da quando era tornata dalla sua presunta morte Sharon aveva mostrato un’attitudine cinica ed una durezza che un tempo non aveva. Le esperienze difficili possono cambiare una persona, Steve lo sapeva bene, magari anche spingerla a negare i propri sentimenti. Ma quali erano i sentimenti di Sharon? E cosa provava lui? Amicizia, affetto e cos’altro? C’èra ancora qualcosa del loro vecchio legame? Ed era giusto che lui si facesse simili domande a così poco tempo dalla morte di Connie Ferrari, la donna che aveva avuto intenzione di sposare? Steve scosse la testa e  cercò di allontanare il pensiero che avrebbe potuto non rivederla mai più Sharon viva e che stavolta sarebbe stato vero ma quello tornava insistentemente. Oltre a ciò c’era anche Nomad. Lui si era assunto una responsabilità verso Jack Monroe e non poteva né voleva sottrarvisi.

<Comandante Rogers?>

<Yelena ... vieni avanti ... e ti prego, ti ho già detto che puoi chiamarmi Steve.>

<Ok, Steve ... ero venuta a darti i risultati del test del DNA che ci ha mandato il Direttore Brevlov: avevi ragione, quello che sta andando in giro non è Zakharov. Le analisi confermano che il corpo recuperato dagli uomini di Fury appartiene al generale.>

<Come sospettavo ... allora è confermato, in giro c’è un emulatore, un sostituto... a meno che Zakharov non avesse un gemello, ma immagino che questo sia escluso. Il vecchio Yuri avrà sicuramente controllato anche questo.>

Il Vecchio Yuri? L’uomo seduto davanti a lei aveva conosciuto Yuri Brevlov, un’autentica leggenda dello spionaggio sovietico prima e russo poi, al punto di parlarne così confidenzialmente? Yelena Belova, altrimenti nota come la Vedova Nera (un nome su cui Natasha Romanoff avrebbe potuto dire la sua) era sorpresa. Decisamente Steve Rogers era un uomo dai molti segreti. Tenne per se i suoi pensieri e replicò:

<Niente gemelli.  Zakharov era figlio unico. Confesso di non aver pensato quest’ipotesi.>

<Aspetta di avere qualche anno di esperienza in più in questo lavoro, Yelena, e questa ti sembrerà l’ipotesi più tranquillizzante.>

<Dopo aver combattuto dei superagenti ibernati 60 anni fa dal KGB[2] è difficile che qualcosa mi sorprenda ormai.>

<Davvero? Lo vedremo. Ora torniamo al nostro doppio di Zakharov . Quel che ci resta da capire è chi è, quali sono i suoi scopi. Tu hai incontrato Lukin ... pensi davvero che non c’entri nulla?>

<Non dico che sia pulito, però si, credo che non abbia niente a che fare con la sparizione dei nostri.>

<Ma…?>

<Cosa ti fa pensare che ci sia un ma?>

<Hai avuto un attimo di esitazione prima… e non credo che fosse perché ti ha offerto le ostriche a cena l’altra sera.>

Yelena arrossì lievemente e Steve sorrise: non era ancora capace di dominare le sue emozioni come Natasha, il che, in fondo, era un bene. Aveva ancora molto tempo davanti a se per diventare cinica.

<Lukin è un uomo potente. Quando era nell’esercito ha conosciuto molta gente dei servizi segreti militari e civili. Uno di loro era Ivan il Terribile, il Pakhan[3] della Organizatsiya[4]di San Pietroburgo. Ha acquistato da lui la villa dove ora risiede e chi fa affari con la Mafia non è mai troppo pulito. In più, ho avuto la sensazione che di Zakharov ne sapesse di più di quanto diceva.>

<Mi fido del tuo giudizio Yelena. Ora comunque Lukin non è una priorità: dobbiamo pensare ai nostri compagni scomparsi, Immagino che tu abbia anche le verifiche su quanto ci ha raccontato il nostro falso ceceno.>[5]

<Si e tutto corrisponde. Un uomo che risponde ai connotati di Zakharov abita effettivamente la villa isolata di Long Island che ci è stata indicata .>

<E sei sicura che non sospetti nulla?>

<Sicurissima. Il mio governo ha sparso la voce che tutti i presunti terroristi sono morti durante il fallito attentato all’Ambasciata russa . Zakharov non ha modo di sospettare nulla . Quanto ai prigionieri, sono stati trasferiti in prigioni segretissime... e prima che tu me lo chieda… si: ne esistono ancora.>

<Non ti ho chiesto nulla… comunque mi fa piacere che il governo russo collabori.>

<Anche loro vogliono che Zakharov o chiunque sia realmente venga catturato. Quell’uomo è una mina  vagante proprio come lo era chi dice di essere. Sono pronta a partire quando vuoi.

<Molto bene. Ho già un piano d’azione,  ma prevede che io agisca da solo.>

 

Sullo Yacht a largo di Los Angeles. Adesso.

 

Steve soppesò attentamente le alternative: avrebbe potuto facilmente disarmare il sosia di Zakharov e certamente batterlo in un corpo a corpo anche se fosse stato una montagna di muscoli come Kingpin[6] ma non poteva essere così semplice. Doveva considerare anche il fato di Jack e Sharon, dopotutto era venuto fin lì per liberarli.

Forse ebbe un’esitazione di troppo, fatto sta che Zakharov ebbe il tempo di sparargli... un dardo lo raggiunse al collo e Steve mentre cadeva ebbe il tempo di sentire la voce del russo:

<Morto non mi serviresti a niente, ci sono delle cose che devi dirmi prima.>

Poi ci fu solo il buio.

 

Brighton Beach. La sera precedente

 

Ufficialmente il ristorante non aveva nulla di anomalo: un normale posticino tranquillo dove si poteva gustare della buona cucina russa. Bisognava essere invischiati in loschi giri per sapere che, quando il locale era chiuso, qui si tenevano dei meeting della mala russa, in cui si discuteva di traffici a dir pochi illeciti. L’attraente biondina e il suo atletico accompagnatore non erano dei malavitosi, eppure sapevano cosa avveniva dietro la porta chiusa del locale; anzi vi ci stavano recando proprio per quel motivo.

<E’ questo il posto?> chiese lui.

<Si è qui che ho visto entrare Zakharov, qualche giorno fa[7]. Se c’è qualcuno che sa dove possiamo trovarlo, è qui che si nasconde.>

<Ma dubito che sappia che non si tratta dell’originale. Chiunque sia quell’impostore, ne sta sfruttando la fama e i contatti.>

<Infatti. Dai entriamo.>

Varcarono l’uscio ma immediatamente un cameriere andò loro incontro.

<Mi dispiace signori, ma come potere vedere stiamo chiudendo.> in effetti, la metà delle luci erano spente, le sedie erano quasi tutte sopra i tavoli e non vi era nessuno, fatta eccezione per il personale di servizio.

<Siamo qui per l’incontro.> disse Yelena con voce risoluta.

<Non sappiamo di cosa state parlando. Siamo chiusi, dovete andarvene.>

La mano del Soldato d’Inverno scattò verso la gola del cameriere.

<Dove sono loro? Ti conviene non farmi arrabbiare.>

Stringeva forte, non permettendogli di respirare.  Il visto del cameriere di fece rosso e stringeva i denti per il dolore. Col braccio destro indicò la porta che portava sul magazzino.

Bucky lo lasciò andare. Il cameriere inspirò grandi boccate d’aria, portandosi le mani al collo. Yelena si diresse in quella direzione.

Lì, seduti attorno ad un tavolino, vi erano uomini in abiti eleganti, un paio dei quali avevano delle folte barbe da cosacco. Certe persone ci tengono alle apparenze, e costoro ci tenevano a mostrare con fierezza la loro appartenenza.

<E tu chi diavolo sei?> domandò uno di loro, mentre tutte le guardie del corpo presenti misero mano alle pistole e le puntarono verso la ragazza.

<Dite ai vostri uomini di abbassare le armi> disse Yelena in perfetto russo <Sono qui solo per alcune domande veloci. Se mi risponderete, toglierò il disturbo in fretta.>

<Sei una poliziotta ...> disse un altro, parlando in russo.

<Nyet. Vogliamo sapere di Zakharov. So che vi siete incontrati con lui, giorni fa. Voglio sapere dove posso  trovarlo.>

<E perché dovrei dirtelo, tesorino?>

<Ma che stiamo parlando a fare? Fatela fuori!>

Se Yelena avesse indossato il suo costume da Vedova Nera quegli uomini l’avrebbero riconosciuta e probabilmente si sarebbero comportati molto diversamente, ma era il prezzo da pagare per agire in incognito

Non appena l’uomo ebbe urlato il suo ordine il Soldato d’Inverno entrò in azione:  saltò sul tavolo della trattativa con una mossa acrobatica che lasciò gli uomini lì intorno a bocca aperta e, muovendosi tanto rapidamente da risultare quasi invisibile, atterrò uno dei gorilla con un calcio alla mandibola e punto la pistola che impugnava nella mano destra sulla testa di uno dei “cosacchi”. Distratti dall’azione di Bucky i russi distolsero lo sguardo da Yelena che ne approfittò per estrarre anche lei due pistole.

<Va bene, abbassate le armi o vostri capi si ritroveranno una palla in testa.> intimò la ragazza.

Uno dei tre boss però non pareva intimorito, forse perché era il più distante dai due.

<Oleg Ivanovyč Alejnikov non prende ordini da nessuno! Io ...>

Un colpo esplose nell’aria.

<AAAAAARGH!> gridò l’uomo portandosi la mano sulla spalla insanguinata. A sparare era stato il Soldato d’inverno, estraendo rapidamente con la sinistra un’altra  pistola da una fondina della caviglia, mantenendo l’altra pistola sempre puntata alla testa del suo primo bersaglio.

<Sei sempre stato un impulsivo anche quando eri nel KGB, Oleg Ivanovyč.> disse poi sempre in Russo.

<Tu… mi conosci? Ma chi sei?>

Gli occhi di James Buchanan Barnes si ridussero a due fessure, mentre con voce secco ma ironica al tempo stesso diceva:

<Credimi, Oleg, tu non vuoi davvero saperlo.>poi si rivolse agli altri <Ora sapete che facciamo sul serio. Zakharov. Dov’è?>

<Diteglielo.> ordinò l’uomo che aveva detto di chiamarsi Oleg Ivanovyč Alejnikov, <Non… non dobbiamo niente a quel pazzo di Zakharov!>

<Dunque, chi vuol seguire il consiglio dell’amico Oleg e ditemi dov’è Zakharov??> chiese <Non credo sia saggio far arrabbiare il mio amico.> disse  indicando Bucky, che fece un sogghigno.

<N-Noi ... non lo sappiamo. > rispose uno degli uomini rimasti seduti < Zakharov è venuto qui per chiedere uomini ed equipaggiamento pesante. Glieli abbiamo dato perché ce lo ha chiesto Ivan…>

<Ivan il Terribile intendi? C’è di mezzo anche lui?>

<No, lui aiutava Zakharov per qualche vecchio debito dei tempi in cui Ivan era nel KGB. Non sapevamo nemmeno perché gli servisse ciò che ci ha chiesto>

<Lo sappiamo noi[8]>  intervenne Yelena <E sappiamo anche che aveva il suo rifugio a Long Island, ma il posto era vuoto quando ci siamo arrivati. Dov’è lui adesso?>

<Ivan gli ha messo a disposizione il suo Yacht.> intervenne quello chiamato Oleg <Credo sia andato lì.>

< Perché voleva quella barca?>

<N-Non lo so! Non ce l’ha detto ...>

<Come rintracciamo quella barca?>

<Si chiama Laika, è bianca e misura 160 metri. E’ uguale a quello di Abramovich, Ivan lo ha fatto costruire appositamente così. È attraccata al molo di Los Angeles ... non sappiamo altro.>

Dalla voce e il sudore freddo che colava dalla fronte dell’uomo Yelena capì che era sincero. Lanciò uno sguardo verso Bucky, e il ragazzo si allontanò da lì, continuando però a tenere puntare le pistole.

Quando furono fuori da soli, Yelena gli disse:

<Bel colpo, lì dentro. Ci hai risparmiato la seccatura di doverli pestare tutti.>

<Non credo che il nostro comandante approverebbe quanto ho fatto ... ti prego, non raccontargli nulla.>

<Sarà il nostro piccolo segreto ...> gli rispose lei.

 

Sullo Yacht a largo di Los Angeles.

 

Steve Rogers aprì gli occhi giusto in tempo per vedere la mano destra del presunto Zakharov abbattersi su di lui in un violento manrovescio.

<Chi sei, maledetto?> disse con un lampo di collera negli occhi < È la seconda volta che interferisci nei miei piani  e non so ancora il tuo nome. Anche i programmi di riconoscimento facciale non hanno trovato nulla su nessun database.>

<Brutta cosa la frustrazione eh? Non ci sei abituato, vero?>

<Silenzio… presto o tardi saprò. Io ottengo sempre quello che voglio

<Come a Sudhek?>

Per un attimo sembrò che al ricordo del suo precedente fallimento Zakharov si facesse prendere dalla collera e stesse per colpire Steve un’altra volta, poi si rilassò ed arricciò le labbra.

<A Sudhek sei stato fortunato. Tu e quell’arrogante bambina che pretende di farsi chiamare Vedova Nera l'avete scampata contro il Mongolo ed il Soldato d’Inverno ed ancora non capisco come.>

<Hai sottovalutato gli americani, evidentemente ...>

Steve era perplesso. Solo poche ore prima aveva scherzato con Yelena sul fatto che Zakharov potesse avere un gemello, ma ora l’idea non gli sembrava così assurda. Quest’uomo non era solo identico a Zakharov, ma sembrava davvero  convinto di essere  l’originale. Un clone? Uno dei due, il morto o quello davanti a lui poteva esserlo. Un’ipotesi assolutamente plausibile ... chi conosceva in grado di creare cloni assolutamente indistinguibili o quasi dagli originali, con le stesse memorie e personalità? C’era quel nemico dell’Uomo Ragno, lo Sciacallo, ma avrebbe dovuto essere morto, per quanto, lui lo sapeva bene, non si poteva mai essere sicuri fino in fondo di queste cose. Tuttavia lo Sciacallo non si era mai interessato di spionaggio internazionale. O quel nemico degli X-Men, come si chiamava? Sinistro… oppure Arnim Zola: certo, poteva esserci davvero di mezzo quel pazzo genetista o bio-fanatico, come si era definito lui stesso. Questo voleva dire che il destino lo aveva ancora una volta messo sul cammino del vero Teschio Rosso?

Le sue riflessioni furono interrotte dalla parole di Zakharov.

<Cercavi loro, non è vero?>

Solo allora Steve si accorse che dietro a Zakharov ed agli sgherri che lo accompagnavano c’erano due brande su cui erano sdraiate due persone che conosceva bene.

<Sharon… Jack!> urlò, ma loro non parvero sentirlo <Maledetto, cosa gli hai fatto?>

<Ah, ho rotto la tua imperturbabilità, a quanto apre. Ci tieni a queste persone, vedo. Non preoccuparti sono entrambi vivi, forse non proprio in buona salute, ma vivi.>

<Li hai torturati… perché?>

<Avevo bisogno di informazioni, tutto qui. Forse ti farà piacere sapere che avevi ragione, ho sottovalutato la tempra di voi americani: miss Carter non si è piegata, è… come dite voi americani? Una tosta. Il ragazzo… ha urlato all’inizio ma poi non ha detto una parola ed ha anche trovato la forza di sputarmi in faccia prima di svenire. Da come era stato facile catturarli non avrei mai pensato che fossero così duri. Adesso però ti conviene iniziare a parlare: chi sei, e chi ti manda? Cosa volete da me? Ti conviene rivelarmi ogni cosa, altrimenti giuro che faccio smembrare i tuoi amici, a cominciare dalla donna.>

L’espressione di Steve cambiò, passando da preoccupata a risoluta:

<Adesso.> disse semplicemente.

Una capsula di gas irruppe nella stanza e una cortina fumogena si spanse per la stanza.

<MA CHI...?>

Ad agire così tempestivamente, in perfetta sincronia con gli ordini di Rogers, nemmeno a dirlo, fu Bucky.

 

Pochi istanti prima.

 

Il Soldato d’Inverno avanzava circospetto. Finora il piano di Steve aveva funzionato , ma come al solito lui si era assunto tutti i rischi. Come al solito? Pensiero curioso . Certo sapeva chi era davvero Steve, o meglio chi era stato, ma finora a quel ricordo non era corrisposta nessuna emozione, era stato davvero come guardare un film interpretato da un altro, adesso invece…

Smise di pensarci ed avanzò. Sbarazzarsi delle guardie era stato fin troppo facile per uno con le sue abilità. Forza non letale, ovviamente, o Steve si sarebbe arrabbiato e lui non voleva conflitti con quell'uomo. Nuova vita, nuove regole, che altro dire? Dalla cabina provenivano varie voci, tra cui quella sgradevole di Zakharov, inconfondibile per lui, una voce che non avrebbe dovuto udire, visto che era stato lui stesso a uccidere quell’uomo con un colpo alla nuca. Con cautela si sporse a guardare dentro. Su dei lettini c’erano la bionda di nome Sharon Carter e quel ragazzo così maledettamente somigliante a lui, come l’immagine di uno specchio distorto. Seguiva con attenzione la conversazione tra i due uomini, in attesa del momento in cui entrare in azione.

<... Adesso però ti conviene iniziare a parlare: chi sei, e chi ti manda? Cosa volete da me? Ti conviene rivelarmi ogni cosa, altrimenti giuro che faccio smembrare i tuoi amici, a cominciare dalla donna.>

<Adesso.> disse Steve. Bucky sapeva che era il suo segnale. Staccò un fumogeno dalla cintura e lo lanciò in direzione del generale. Si calò nella stanza e in un attimo liberò Steve dalle corde.

In men che non si dica il “dinamico duo” della seconda guerra mondiale si ricompose e s’avventarono sugli uomini di Zakharov. Battersi fianco a fianco contro una stanza piena di uomini decisi ad ucciderli dava ad entrambi una sensazione di deja ; come quella volta nel marzo del ’41, quando sventarono il sabotaggio di una fabbrica di munizioni da parte di Sando e Omar.[9]

<Prendi Jack, io penso a Sharon.> gli urlò Steve.

<Ma Zakharov sta scappando ...>

<Non discutere, muoviti!> ordinò Steve.

Bucky si mise all’opera andando in direzione di Jack; mentre gli si avvicinava avvertì nei suoi confronti un inquietante ed inspiegabile sensazione di familiarità.

 

Berlino Ovest. Marzo 1954.

 

<Scusami Steve, ma vorresti spiegarmi ancora una volta che ci facciamo qui?>

Il ragazzo dai capelli castani sembrava più vecchio della sua età. Pochi avrebbero pensato che non aveva ancora compiuto 13 anni. Il suo vero nome era Jack Monroe ed era uno studente delle Medie in una piccola scuola del Connecticut, ma quando indossava il costume blu e rosso che aveva in quel momento era conosciuto solo come Bucky. Il vero nome dell’uomo al suo fianco era, invece, sconosciuto. Da anni il suo nome legale era Steve Rogers, come l’uomo che era stato Capitan America, un simbolo che con determinazione lui aveva fatto rivivere, diventando in breve il terrore delle spie comuniste infiltrate negli Stati Uniti. Grazie a lui la leggenda di Capitan America proseguiva ed i nemici interni ed esterni del suo paese dovevano stare attenti.

<È molto semplice, Jack…> spiegò al suo giovane amico <Ci sono state due morti sospette nei mesi scorsi: un ufficiale americano ed un alto funzionario del governo tedesco. La C.I.A. sospetta che non siano stare accidentali e ci sia la stessa mano dietro.>

<Un sicario dei nostri amici Russi?>

<E chi altri? Se questo sicario esiste, noi dobbiamo stanarlo.>

<E come si aspettano che ci riusciamo?>

<Anche questo è semplice: faremo da bersaglio. Il nostro killer, se esiste, non resisterà alla tentazione di eliminare Capitan America e Bucky.>

<Molto consolante.>

Mentre questo dialogo avveniva, i due eroi in costume si trovavano sull’Unter der Linden, a pochi metri dalla Porta di Brandeburgo e non fecero molto caso ad un giovane sui vent’anni circa che senza fretta si avviava con tanti altri verso il settore sovietico della città divisa. Se lo avessero notato, forse sarebbero rimasti colpiti dalla sua incredibile rassomiglianza con Jack, ma non accadde. Lui, invece, senza farsene accorgere, li squadrò con una penetrante occhiata, poi si mescolò alla folla e scomparve come se non fosse mai stato lì.

 

A bordo dello Yacht. Adesso.

 

<Che stai aspettando? Muoviti!>

Il rimprovero di Steve riportò Bucky alla realtà. La vista di Zakharov che fuggiva irritò il Soldato d’Inverno. Fermare quel criminale avrebbe dovuto avere la priorità, invece per Steve salvare i suoi compagni era più importante. Quella premura verso i suoi commilitoni era ammirevole, senza dubbio, ma la Carter e Monroe erano soldati, sapevano che la missione era la cosa che contava di più. Ai suoi tempi, pensava, li avremmo lasciati indietro e saremmo corsi dietro al nemico. Ai suoi tempi ...buffa espressione, aveva scelto. Ma quali erano, questi tempi? Si sentiva bloccato in mezzo ad un guado. Chi era veramente: Il Soldato d’Inverno o Bucky Barnes? O forse entrambi? L’avrebbe scoperto prima o poi? Accantonò il pensiero e liberò dalle corde Jack Monroe. Il giovane non mostrava segni evidenti sul corpo, ma si capiva che era molto provato. Torturato con tecniche raffinatissime, di quelle che non fanno danni evi denti al corpo ma possono distruggere un uomo… ma lui aveva resistito. James sentì un istintivo rispetto per il suo omonimo. Era un duro come lui. Quante altre cose avevano in comune?

Lo afferrò e lo portò all’aperto mentre Jack biascicava debolmente.

<Ce la faccio da solo.>

<No che non ce la fai. Non è un demerito farti aiutare.>

<Tu non capisci… io…>

Il Soldato d’Inverno gli rivolse un’occhiata e in quel momento Jack Monroe comprese che voleva dirgli: io capisco benissimo e comprese anche che era vero. Non lo fece sentire molto meglio, però.

Nel frattempo Steve si stava occupando di Sharon.

<Tutto bene?> le chiese.

<S-SI> rispose lei con un po’ di fatica <Ci vuol altro per…>

Non concluse la frase: le gambe le cedettero e Steve la sostenne senza dir nulla.

Uscirono tutti all’aperto ed ebbero una bella sorpresa: Yelena Belova, inguainata nella sua uniforme da Vedova Nera, stava tenendo sotto mira Zakharov.

<Ben fatto Vedova.> le si rivolse Steve <Ottimo tempismo.>

Gli occhi di Zakharov erano semichiusi e il Soldato d’Inverno sentì una sorta di brivido sulla nuca, la premonizione di un pericolo. Guardò Steve Rogers e capì istintivamente che anche lui aveva avuto la stessa sensazione.

Zakharov serrò le labbra e poi si udì uno schiocco mentre qualcosa cadeva dalla sua bocca.

Ci fu un lampo accecante e Zakharov approfittò dell’occasione per correre verso il bordo dello Yacht.

Il Soldato d’Inverno aveva chiuso gli occhi appena un attimo prima che la mini bomba flash esplodesse ed ora mormorò semplicemente:

<Non te ne andrai un’altra volta.>

Sparò ed il proiettile raggiunse Zakharov in piena spina dorsale facendolo cadere a terra come una marionetta rimasta improvvisamente senza fili a sostenerla.

<NO!> gli urlò Steve  < Gli hai sparato a sangue freddo! L’hai ucciso, contravvenendo ai miei ordini! Perché lo hai fatto? Mi sono fidato di te e tu mi hai deluso!>

<Ho agito d’istinto...> si giustificò il Soldato d’Inverno. Era vero: aveva agito senza pensare, spinto da anni di addestramento e da un riflesso condizionato. Era ancora una macchina di morte allora? Davanti allo sguardo dell’uomo davanti a lui si sentì subito in colpa.

La voce di Yelena lo strappò alle sue riflessioni.

<Steve, voi tutti… venite qui, c’è una cosa che dovete vedere.>

 

 

CONTINUA!

 

 

NOTE DEGLI AUTORI.

 

 

Davvero pochissimo da dire su quest’episodio, quindi non vi facciamo perdere tempo e vi avvertiamo che nel prossimo avrete rivelazioni clamorose sulla “resurrezione” di Nikolai Aleksandrovich Zakharov e su cosa ci sia dietro. In più: il ritorno di Amadeus Cho, Bucky Barnes alla ricerca del suo passato e… Capitan America e Bucky contro il Soldato d’Inverno?

Ce la faremo a mettere tutto questo in solo episodio? Non vi resta che leggerlo per saperlo.

Non traditeci, siate con noi anche la prossima volta.

 

 

Carlo & Carmelo

 



[1] Vedi Steve Rogers Super Soldier MIT #1/3

[2] In the Others #24.

[3] Boss della Mafia Russa.

[4] Così è chiamata nella sua lingua madre la mafia russa.

[5] Vedi ultimo episodio,

[6] Steve Rogers ha combattuto Kingpin negli ormai lontani Captain America Vol. 1° #147/148 del marzo/aprile 1972 (Prima edizione italiana Capitan America, Corno #59/60).

[7] Nel numero #4 di questa serie.

[8] E anche chi ha letto lo scorso episodio. -_^

[9] Su Captain America Comics #1/3 o, se preferite la versione più moderna, Tales of Suspence #64 (prima edizione italiana; Capitan America, Corno, #2).